Mostra di pitto-scultura
![]()
Lunedì 28 giugno 2010, ore 17,30
inaugurazione della mostra di pitto-scultura di Daniela Bartolini
dal titolo: “La natura rivelata dal guardare”
Sarà presente il critico d’arte Germano Beringheli.
Sala Polivalente “Franco Lavoratori” – via Ippolito D’Aste 2 – Recco
orario, tutti i giorni, sino a domenica 5 luglio
dalle ore 16,00 alle 19,00 – ingresso libero
Daniela Bartolini classificata finalista, su 860 partecipanti, al “III Premio Internazionale Acaista” di Tarquinia. L’opera scelta è stata recensita sulla rivista d’arte “Il Teorema dell’arte” e pubblicata su sito dell’Associazione Arcaista (http://www.movimentoarcaista.it/web/node/19) Furono, forse, le complessità di Dada, elaborale fra il 1916 e il 1911, e le dichiarazioni coeve di Hans Arp, riportate da Hugo Ball, ad avviare la rilettura di quel primitivismo naturale con cui lo scultore e pittore di Strasburgo eseguì le sue prime serigrafie a macchia, evocatrici di nascoste forze naturali, cui seguirono, attorno al l920, gli objets trouvé di Duchamp, le piume di Picabia e, trent’anni dopo, in pieno Informel, i combine painting di Robert Rauschenberg, gli oggetti di Jim Dine e, per restare in Italia, le Idee di Edgardo Mannucci, tratte da scorie di bronzo fuso, il Guerriero di Andrea Raccagni, costruito con lamiere arrugginite e grovigli di cavi elettrici, le Lacerazioni, lignee e pittoriche, di Agenore Fabbri e i primi Cementiarmarti, annodati da filo metallico, di Giuseppe Uncini.
Lavori sufficienti a preannunciare, per una conglobante definizione e in chiave di radicata e proliferante germinazione tra il dimesso e il ritrovato, l’arte che avrebbe intrecciato osservazione ed espressione e che avrebbe prodotto – attraverso lo spostamento di contesto e con interpretazioni e intenzioni rappresentative appoggiate ai percorsi della sensibilità e dell’emozione – opere il cui senso significativo ed estetico risiede, spesso, nella capacità di suggerire alla percezione individuale dell’artista i riferimenti che la sua creatività trasformerà in funzione espressiva e simbolica nuova.
Quindi ne consegue – siccome avvertì l’epistemologo Bachelard – che è pur vero che l’immagine si trova mezza via tra realtà e percezione laddove l’oggetto percepito dall’immaginazione si ricava dalle capacità di osservazione.
Pertanto – soltanto a quanti non avvertono la restituzione, prevalentemente ottica e mentale, dei fenomeni sensibili e non conoscono le riflessioni simboliche di Baudelaire – potrebbero sfuggire i contenuti della variegata produzione artistica di Daniela Bartolini le cui pitto-sculture elaborazioni o trasformazioni dell’immaginazione che avverte, nello stato primitivo o naturale, le componenti visionarie possibili quali espressioni concrete e analogiche, corrispondenti, a zone inedite di sensibilità.
Infatti le risonanze emotive e le potenzialità evocative delle immagini che la scultrice trae della trasformazione deg1i “oggetti” tovati assumono un’importanza emblematica e, in quanto tale, espressiva, in grado di rivelare l‘invisibile nel visibile, l’occulto nell’evidente.
Che è poi la ragione, specifica dell’arte: risultato tanto dell’esperienza sensibile e concettuale del guardare e del saper vedere, avvero del cogliere, nell’arte, la vita o, come direbbero gli psicoanalisti, ogni genere di contemplazione appassionata del mondo e dell’io.
E’ inoltre, opportuna, a margine della pitto – scultura della Bartolini, l’osservazione fondamentale per cui il suo modo di operare, riguardo alla luce di una sensibilità atta alla , sublimazione, è, appunto, la restituzione, nell’osservato, di ciò che è percepibile al di là dell’immediato visibile.
Invero – avendo lei studiatoscultura all’Accademia di Brera, allieva di Minguzzi, di Mirko e di Marchesi – il suo ricavare “oggetti” altri, sia dal ricupero del “rifiuto” come dalla manipolazione formale del naturale veduto, esprime le differenti proprietà della tecnica relativa agli strumenti e ai procedimenti della figurazione plastica o statuaria richiamate alla mente dagli esiti delle avanguardie storiche del primo Novecento.Della scultura di Mirko la Bartolini deve aver appreso l’ampio ventaglio di insegnamento e, particolarmente, le polimorfiche intensità neo-dadaiste degli anni ’60 accostando la propria immaginazione al versante romantico e visionario dell’artista udinese.
Per cui, e lo si afferma a scanso di equivoci, tali specificità, rivisitate con autonomia, nulla hanno da spartire con le varie proposizioni dell’Art brut diffuse da Jean Dubuffet che, di fatto, furono realizzate da individui ingenui, ovvero da persone sprovviste di una qualsiasi specifica educazione artistica. Per la Bartolini, invece, il fare arte trova legittima giurisdizione nel gusto dell’arcaico e del primordiale di Mirko oltre che nelle personali e sensibili capacità di rivelazione incentrate sullo sfruttamento percettivo dei meccanismi casuali, ovvero delle possibilità espressive e comunicative del tutto alternative offerte dalle contingenze attentamente notate.
Nella consapevolezza che la creatività aggiunge, a quelle specifiche in atto, sempre nuove dimensioni espressive attingendole, per sensibile intuizione, negli aspetti ancora incogniti della realtà.
Germano Beringheli