ROCCO BORELLA: IL COLORE SONO IO
RECCO. La sala polivalente “Franco Lavoratori” ospita dal 30 ottobre all’11 novembre 2008 u
na interessante mostra di opere dell’artista (Genova, 1920 – ivi, 1994) che fanno parte della collezione De Ferrari. Sarà un “viaggio attraverso il colore nell’arte, nella fisica, nella psicologia”. All’esposizione si affiancano conferenze e laboratori per le scuole. L’evento si tiene infatti in relazione a “Il Festival della Scienza va a scuola” in corso a Genova.
Inaugurazione giovedì 30 ottobre ore 17.00. Orario apertura dal 30 ottobre all’11 novembre 2008 tutti i giorni dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 19 con ingresso libero. Organizzano: Liceo scientifico “Nicoloso da Recco”, Città di Recco, Associazione Culturale “Le arcate” -
Sabato 8 novembre 2008 – ore 17.00
conferenza:
“I colori del Ponte: uno spunto”
a cura del prof. Giulio Bertagna
Docente percezione e colore presso Politecnico di Milano
Direttore scientifico e di progetto degli Osservatori del Colore
Sala Polivalente “Franco Lavoratori” – via I. D’Aste 2b Recco
ingresso libero
Rocco Borella (Genova 1920 – 1994) pittore fin dalla prima infanzia (era chiamato Rücchin ü pittü) ha iniziato ad esporre nel 1944 e la sua prima personale è del 1946 presso la Galleria Isola di Genova.. In pochi anni la sua popolarità cresce, all’interno del panorama artistico gli è riconosciuta, dai critici, una posizione moderna e internazionale non consueta agli artisti liguri. La notorietà lo conduce a partecipare ad importanti mostre nazionali e internazionali: Buenos Ayres (1949), Biennale di San Paolo del Brasile (1951), Biennale di Venezia (1956), Quadriennale di Roma (1951, 1965, 1973), Parigi (1960, 1972, 1973, 1974), Francoforte (1962), New York (1964), Bruxelles (1970, 1977), Dusseldorf (1972), Colonia (1976), Berlino (1977), Varsavia (1979), Odessa (1979), e in numerosissime gallerie d’arte italiane. Nel 1992 il Museo d’arte Contemporanea di Genova gli ha dedicato una importante mostra antologica e, dopo la sua scomparsa avvenuta nel 1994, l’antologica del 2001 al museo Civico Palazzo Borea d’Olmo di Sanremo, al Centro Civico di Sampierdarena (Ge) del 2007 e in altri vari spazi espositivi pubblici e privati.
In questa mostra sono esposte opere che si possono collocare nell’area della pittura astratto-concreta di derivazione dalla scuola Bauhaus e in particolare dall’opera di Klee, linguaggio e sistema espressivo che Borella sviluppò dopo un primo periodo influenzato dalla cultura visiva figurativa di matrice cubista.
La sua costante attenzione è rivolta allo studio analitico dei colori accostati in “tassellature” semplici e ordinate dove il dato percettivo diventa riferimento costante.
Il rapporto luce-colore porta l’artista ad individuare gli elementi primi del fare pittorico: il “cromema”che può essere considerato l’equivalente del “fonema” e del “lessema” secondo una visione strutturalistica della comunicazione.
Successivamente nei “Guard-rail” il suo linguaggio si sviluppa attraverso elementi che con il solo colore steso a fasce parallele strutturano la superficie del dipinto e ne definiscono l’area percettiva, giungendo in alcuni momenti a sperimentazioni materiche, “optical”, oppure, come nelle grandi tele realizzate negli ultimi anni, a momenti di libertà espressiva, sia cromatica che compositiva.
Il colore come materia cromatica tradizionale, ma anche i materiali colorati come i laminati plastici e nastri adesivi, oppure il colore su materiali diversi come tessuti, metalli e altro, diventano pertanto occasione di studio, di indagine per individuare le diverse proprietà e la conseguente percezione delle differenti tonalità cromatiche a volte inaspettate. Ecco che Borella pur partendo da riferimenti e regole di tipo scientifico approda (o forse è sempre stato) in una pittura che va oltre al dato scientifico e si proietta nei liberi spazi della creatività.
Non secondaria è stata la sua attività di insegnante fin dagli anni ‘50 del ‘900 presso la scuola siderurgica A.Odero di Genova e successivamente al liceo artistico “Nicolò Barbino” e all’Accademia ligustica di Belle Arti di Genova.
Borella fece della didattica uno degli scopi fondamentali del suo “vivere artista” allacciandosi idealmente ai Grandi che negli anni ’20 del ‘900 crearono una delle scuole d’arte e di vita più importanti del secolo: il Bauhaus.
Un didatta fuori dagli schemi tradizionali che con metodologie non sempre ortodosse formò una generazione di giovani che in seguito fecero tesoro dei suoi insegnamenti per capire, fare e spiegare l’arte.
Rocco Borella: luce-colore
Germano Beringheli
Da un’intervista a Rocco Borella a proposito del suo lavoro artistico.
“Da una ricerca situata nell’ambito rigoroso della cultura della percezione, il mio lavoro si è sviluppato sempre più verso l’individuazione della riflessione nell’immagine astratta del concetto razionale.
Ho cercato, in questi anni, di integrare la logica di liberazione dovuta all’informale in una regolarità strutturale, usando la forma e il rapporto geometrico, nel tentativo di realizzare immagini percettive costituite in maniera chiara da singoli – dati espressivi- (linea, forma, colore) relazionati tra loro.
Ma è soprattutto lo studio dell’autonomia semantica del colore ciò che più attrae oggi il mio interesse: rifiutando ogni implicazione formale, e quindi ogni legame codice-messaggio (cioè immagine-contenuto), sono passato ad una ricerca sulla sostanza visiva del colore, e più precisamente su quelle relazioni ottiche (cromatiche e spaziali) che la luce, il timbro, la quantità realizzano di volta in volta in modi diversi.
Proseguendo sulla via di quello che, sin dalle origini, il mio lavoro aveva voluto essere – cioè contributo ad un duplice impegno, metodologico e teorico – ho oggettivato il colore come strumento dell’analisi visivo-percettiva.
Il colore, assunto come realtà pura, produce una presenza di relazioni che esso stesso costituirà nelle diverse situazioni fisiche (per esempio , spazio-temporali) in cui si porrà, presenza strumentale di un discorso tutto didattico.
I cromèmi pittoricamente articolati tra loro nei vari miei quadri, si sviluppano logicamente in un discorso linguistico, come minime unità di significato, tipo il fonèma.
Su questo presupposto metodologico si possono sviluppare moltissime ricerche visive per individuare sempre nuovi e più precisi rapporti ottici tra quantità, colore, direzionalità, rapporti distanziali variabili o costanti.
Per un’operazione di questo genere, legata al mondo della scienza, della produzione, della socialità, ha senso soltanto l’uso di materiali e tecniche il più possibile industriali, di conseguenza la realizzazione del quadro con nastri adesivi, lasciati del colore originale o dipinti, applicati su strisce di laminato plastico, anch’esso usato nel suo colore originale o colorato con bombolette a spruzzo, l’utilizzo di tessuto a bande colorate, tagliato e ricucito, seguendo direzione e accostamenti differenti, diventano occasione di sempre nuove percezioni dove lo spazio-quadro diventa campo di intervento spaziale pluridirezionale e occasione di cromaticità nuove”.
Scrivere oggi del lavoro di Rocco Borella, anzi riscriverne nel momento in cui alcuni “artisti” mescolano pratiche di opposto segno, potrebbe sembrare un azzardo: anche perché si tratta di confutare supposizioni spesso espresse come asserzioni. Qualcuno, certamente per togliere ogni equivoco di interpretazione, ha annotato come non sia vero che l’arte astratta non rappresenti niente.
Di fatto essa, per raffigurare, non si avvale degli elementi della realtà bensì di quelli della pittura: linea, colore, spazio.
Borella – nel suo lungo percorso di decifrazione delle ragioni, anche sensibili, del discorso icastico – lo ha ben compreso e ha corrisposto, sostanzialmente e continuativamente, alla cultura della percezione, ovvero alla necessità di mettere in relazione “il puro e semplice materiale sensoriale in sé e tutta la congerie di altri elementi successivi che si sono compenetrati coi processi di apprendimento”
(W. Kohler, 1947).
Per cui, abbandonata (con una determinazione, quella volta, davvero straordinaria) ogni seduzione deificante il reale, Borella cercò, già nei secondi anni ’50 del ‘900, nello spazio tradizionale del quadro, l’emergere del colore, controllando, contemporaneamente, le possibilità strutturali della linea.
Fu proprio la mostra personale del 1958 (Galleria d’arte Totti, Milano) a porre in evidenza una sorta di identificazione della materia pittorica (luce-colore) spazializzata secondo un ordine architetturale “automatico” derivato, probabilmente, dal + e dal – di Mondrian.
Posso testimoniare, avendola presentata, come quella esposizione significasse per l’artista un punto di partenza; di riconsiderazione di quanto era stato espresso precedentemente nei modi dell’astrattismo e, particolarmente, dal ritmo estensivamente diffuso in una precisa e calcolata impaginazione delle forme nel quadro.
Non casualmente proprio da quella manifestazione ebbero origine anche le riflessioni “didattiche” di Borella che, nel 1963, in occasione della seconda Mostra di Educazione Artistica alla scuola siderurgica A.Odero di Genova (Italsider), asseriva l’opportunità di una “metodologia didattica scientifica e rigorosa” con riferimenti alla psicologia della forma e alla sociologia.
Il pittore, d’altronde, aveva presentato alla Biennale del 1956 opere che tenevano conto di quel Manifesto della pittura astratta italiana firmato a Roma, nove anni prima, da Dorazio, Consagra, e Turcato (Forma Uno) e quasi certamente aveva ben visto, alla grande kermesse veneziana, le personali di Reggiani, di Mondrian, del costruttivista J. Torres Garcia e di Hartung.
Anche la scultura non figurativa svizzera (oggi tutta da riconsiderare per le sue anticipazioni minimali) lo colpì e fu occasione allora (in casa di Lucia Rodocanachi) di alcune sue riflessioni sulla vitalità plastica dello spazio concreto che riteneva “privilegio dell’architettura”.
Non a caso l’architetto Konrad Wachsmann, collaboratore, negli anni ’40 del ‘900 di Gropius e a Genova nei primi anni ’60, divenne referente del suo lavoro.
I diversi possibilismi pittorico spaziali del genovese presero spunto dalle infinite possibilità che l’architetto americano avvertì latenti nel meccanismo tecnico del proprio “giunto” (un ordinamento continuo partendo da elementi basilari).
Nessuna ascendenza espressionista, pertanto, né influenze di “Cobra” anche perché Borella, quando affrontò l’informale, lo fece con logica sistematica liberando i risultati della propria ricerca in una regolarità strutturale. E, se proprio si vuole analizzare, col senso del dopo, la storia di Borella si deve sottolineare semmai, come la sua prima “figurazione” risentisse di quella influenza cubista che accompagnò, con la sua scansione ritmica molta pittura, non solo italiana, e appena successiva alla seconda guerra mondiale, l’opera di molti contemporanei.
Nemmeno si deve trascurare per Borella l’insegnamento, propriamente pittorico, di Giovanni Novaresio: E quando Barosso definì, acutamente, “cromami” i discorsi primari “col colore” disposti nella vivace corrispondenza fondata su “quiddità visive” analoghe ai fonemi (in linguistica unità di minima distintiva di suono) è perché lo studioso aveva avvertito come fosse fondante, nell’operare di Borella e, in forma pressoché spontanea, la sensazione originaria che i colori e le loro figure hanno sempre evocato.
Istintivamente o quasi l’artista genovese avvertì nelle differenti teorie del colore (dall’azione simbolica e morale del colore di Goethe allo scientismo di Itten), la chiave del perfezionismo visivo e, indubbiamente, subì l’influenza (per altro accolta più per sensibilità che per effettiva conoscenza intellettuale) della sperimentazione pratica della scuola del Bauhaus.
E’ dalle teorie della scuola tedesca (attinte in personalissima interpretazione) che Borella, insegnante al Liceo Artistico N. Barabino di Genova, avviò la propria docenza didattica e, di conseguenza, una ulteriore indagine e un successivo affondo sulla materialità delle componenti pittoriche e sulle riflessioni della luce.
In tali ambiti sono da cogliere e da considerare le pratiche di avvicinamento ai “materiali” industriali e tecnologici tentati nelle loro possibilità espressive e secondo una dimensione psico-sensoriale, al tempo (i secondi anni ’60) da più parti sviluppate in modo diffuso (si ricordino, di allora, i contributi critici di Brandi e di Argan).
Se si dovessero riassumere le intenzioni didattiche di Borella si potrebbe farlo dicendo brevemente che egli voleva rendere visibile la potenza formale del colore affidandola al destino relazionale instaurato tra lo sguardo e l’universo strutturale.
Del resto l’impeto esplorativo di Borella è nei risultati dell’opera sua, attestato da alcune “personali” esemplari, e dal seguito che ebbero i suoi insegnamenti.
Per ogni altra osservazione, messa in conto l’indubbia interattività con gli apporti della cultura visiva internazionale, anche nel caso di Borella i conti si debbono fare con le opere che ci stanno di fronte e con quelle intuizioni espresse con cui esse allettano il nostro sguardo e la profondità della nostra coscienza.
Tratto dal catalogo alla mostra: Rocco Borella “ Il colore sono io” opere dal 1944 al 1994. Sanremo, Museo Civico, Palazzo Borea d’Olmo – 7 aprile 13 maggio 2001.
Curatore della mostra e del catalogo: Franco Ragazzi.